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Che cos’è la memoria?

“La memoria è ciò che mi permette di ricordare le cose”;

“La memoria è il ricordo del sorriso del nonno”;

“La memoria è il profumo dei biscotti appena sfornati”;

“La memoria è ricordare qualcosa di brutto per evitare che accada di nuovo”.

E’ stato sufficiente chiedere ad alcune persone di fornire la definizione di memoria per capire che non è facile delimitarne i confini.

Nel vocabolario Treccani “il termine indica sia la capacità di ritenere traccia di informazioni relative a eventi, immagini, sensazioni, idee, di cui si sia avuto esperienza e di rievocarle quando lo stimolo originario sia cessato riconoscendole come stati di coscienza trascorsi, sia i contenuti stessi dell’esperienza in quanto sono rievocati, sia l’insieme dei meccanismi psicologici e neurofisiologici che permettono di registrare e successivamente di richiamare informazioni.”

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Analizzata in ambito scientifico secondo varie prospettive, dal punto di vista psicologico questa capacità cognitiva è una componente fondamentale del corpo umano. E’ la centrale operativa di tutti i processi mentali: percezione, apprendimento, attenzione e pensiero sono possibili solo grazie a un buon funzionamento della memoria. E’ possibile distinguere varie “memorie”: sensoriale, a lungo termine, a breve termine. La memoria sensoriale riguarda appunto i sensi, essa funziona come un proiettore cinematografico, la persona vede l’immagine proiettata e la memoria la immagazzina. La memoria a lungo termine può essere paragonata a un archivio di capacità incredibili ove vengono trattenute le esperienze, le conoscenze acquisite nel corso della vita e il patrimonio genetico. La memoria a breve termine invece conserva le informazioni per un breve periodo e presenta dei limiti, ad esempio un soggetto medio riesce a ricordare al massimo 6/7 numeri oppure non riesce a svolgere operazioni complesse con più numeri senza l’ausilio di carta e penna.

Di memoria si occupano anche la biologia, la storia, la sociologia, l’arte, la prosa, la poesia. Il quadro che ne emerge è articolato e frammentario.

Qual è la tua definizione di memoria?

 

Chiara Tamburini

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I ricordi e la memoria sono cose date da noi per scontate, cosa tutt’altro che giusta.La memoria è la capacità del nostro cervello di conservare informazioni e ricordi e di rievocarli nel momento del bisogno. Quante volte ci è capitato di passeggiare per strada, vedere un luogo a noi familiare e rievocare ricordi passati riguardanti momenti trascorsi in quel luogo?

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Fin da piccoli, tutto ciò che facciamo quotidianamente, è dovuto alla nostra memoria: scrivere, leggere, ma anche le cose più banali, come camminare. La nostra memoria è da sempre allenata a mantenerci “vivi”, a farci fare tutto quello che facciamo o a farci ricordare tutto quello che ricordiamo. A scuola ci allenano sempre, sin da bambini, a sviluppare i nostri cervelli a ricordare, anche con le cose più banali e apparentemente inutili, come ad esempio le tabelline.Risulta difficile pensare di vivere senza la possibilità di ricordare con facilità persino i momenti riguardanti le nostre vite, ma purtroppo esistono persone alle quali ciò non è permesso a causa di alcune malattie che colpiscono la parte del loro cervello legata ai ricordi, tra queste ricordiamo l’Alzheimer. Le persone affette da questa malattia, la maggior parte delle volte, fanno fatica anche solo a riconoscere i volti dei propri familiari.Se pensate che sia doloroso vivere con l’Alzheimer, pensate a quanto può essere doloroso vivere vicino a qualcuno affetto da questo morbo, basti pensare al non poter essere riconosciuti dalla propria madre o dal proprio padre, all’essere l’unico membro della tua famiglia ad avere ricordi della tua infanzia.

La malattia ha un decorso lento diviso in quattro fasi, ovviamente una più grave dell’altra. Durante la prima fase i sintomi sono spesso attribuiti all’invecchiamento (problemi di attenzione, incapacità di acquisire nuove informazioni, ecc.). Durante la seconda fase i sintomi peggiorano portando alla diagnosi definitiva e ai primi notevoli problemi linguistici e legati al movimento. Durante la terza fase diventa compromessa anche la memoria a lungo termine che prima era intatta, i pazienti non riconoscono più i parenti stretti. Nell’ultima fase, nonché la più grave, i pazienti sono per la maggior parte costretti a letto.

Risulta notevole l’importanza che hanno i ricordi e la memoria in generale nella nostra vita, anche in momenti quotidiani come quello di andare a fare la spesa, o di andare a scuola; se non fosse per la memoria, che il nostro cervello mantiene sempre attiva, non avremmo la più pallida idea di dove andare o che cosa fare in ogni momento della nostra vita.

Chiara Chiocci

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Prima di tutto è necessario stabilire cosa significa ricordare da un punto di vista scientifico. In uno studio pubblicato su Nature Neuroscience, è stato osservato cosa accade al cervello quando cerchiamo di ripescare dal cassetto della memoria un’immagine piuttosto che un’altra, un ricordo piuttosto che uno simile, associato a uno stesso stimolo (magari una stessa parola). Se infatti si chiede a un gruppo di persone di richiamare alla mente solo uno dei due ricordi, l’altro, per così dire interferente, in quanto innescato dalla stessa parola, pian piano svanisce. Quasi come il cervello scegliesse di eliminare quello che potrebbe confonderci, preferendo e consolidando solo quello che richiamiamo spesso alla mente e, giudicando l’altro meno importante di fatto lo cancelli. Quella presentata su Nature Neuroscience non è che l’ultima delle ricerche condotte sui misteriosi meccanismi con cui si formano e si ripescano le memorie.

“Se per tutti – dove con tutti intendiamo i non-scienziati – un ricordo è semplicemente il recupero di un’informazione come immagine del passato, che si archivia nella memoria e, alla quale normalmente cerchiamo di dare un’interpretazione ed è spesso legata a un certo carico emotivo; per chi si occupa di studiare la memoria un ricordo è anche altro”, comincia Massimo Turatto, direttore vicario del CiMec (Centro interdipartimentale di mente e cervello) dell’Università degli studi di Trento: “La ricerca neuroscientifica ci dice che un ricordo o memoria corrisponde all’attività sostenuta di alcuni neuroni, e ad alcune loro modifiche strutturali, che mantengono nel tempo quello che noi ricordiamo”. Sì, ma come? Quando apprendiamo qualcosa – sia coscientemente che incoscientemente, nel nostro cervello avvengono dei processi ripetibili. “Ogni nuovo ricordo deve necessariamente corrispondere a un cambiamento”, spiega Turatto: “Sia a livello strutturale, con aumento dei dendriti (le ramificazioni che partono dal corpo centrale del neurone), e dei bottoni sinaptici (le zone di contatto tra neuroni), che a livello fisiologico”. Questo significa, continua il ricercatore, che nel momento in cui stiamo imparando qualcosa (formando una memoria, un ricordo) si osserva un aumento nella frequenza di scarica tra i neuroni coinvolti, così come un aumento della quantità di neurotrasmettitori, di uno in particolare: l’acetilcolina. La formazione di un ricordo è un evento in cui quindi il cervello dà prova della sua grande plasticità, con la formazione di nuove connessioni o il rafforzamento di altre.

“Si parla, inoltre, spesso dell’ippocampo, una struttura bilaterale situata nei lobi temporali mediali come la zona del cervello fondamentale nel produrre i ricordi, e così è, ma non è qui che hanno sede”, spiega Turatto. Dove abbiano sede le memorie, infatti, non è ancora ben chiaro ai neuroscienziati. L’ipotesi più convincente ad oggi è che queste si trovino dislocate nella corteccia cerebrale, secondo uno schema sensoriale.

Ma da un punto di vista di cosa siano i ricordi per noi cosa si può dire? I ricordi molto spesso nascono spontaneamente, come frutto di conversazioni o di pensieri che associamo liberamente nella nostra mente. A tutti noi poi accade che un profumo, una canzone, la lettura di una poesia o un film abbiano il potere di portarci in un battibaleno in un altro luogo e in un altro tempo per assaporare di nuovo emozioni e sensazioni che credevamo troppo lontane o addirittura perse; proprio come si diceva all’inizio.

Alcuni psicologi hanno sottolineato la positività del ricordare e del ripercorrere la propria vita attraverso i ricordi; altri invece hanno sottolineato l’aspetto relazionale e sociale del processo di ricostruzione del passato attraverso la narrazione. La narrazione della propria storia, la sua condivisione e la ricerca del significato del presente sulla base del proprio passato, infatti, favorisce la possibilità di ricostruire la trama della propria vita, di riconciliarsi con sé stessi e con propri cari e di rafforzare la propria identità.

Tutti quindi siamo fatti di ricordi che ci determinano e ci costituiscono, essi sono le nostre radici e delineano ciò che siamo. Si potrebbe quindi dire che i ricordi sono la nostra esperienza passata e costituiscono la nostra essenza, in quanto noi siamo ciò che abbiamo vissuto in precedenza. Di conseguenza i ricordi che abbiamo influiscono sul nostro presente, guidandoci, a volte, in base a ciò che abbiamo già passato. Questo ci dimostra che spesso non siamo così lontani da dove vogliamo arrivare, che dentro di noi custodiamo già buona parte della soluzione nel nostro baule delle esperienze. Lo si può spiegare, per esempio, con le ricerche sui cosiddetti “neuroni specchio”, i quali, permettono di collegarci a un ricordo del nostro cervello, ricreando lo stesso stato sperimentato nell’istante originale, che si tratti di emozioni gradevoli o no.

A volte, però, i ricordi ci fanno anche soffrire oltre che renderci felici e solari. Può capitare infatti che, in un momento ci aggrappiamo troppo a un ricordo specifico e arriviamo al punto di allontanarci dalla realtà. Ma focalizzandoci sui bei ricordi, si sa che essi si utilizzano spesso in psicologia per creare connessioni con esperienze personali significative del nostro passato. Tutti gli avvenimenti con energia positiva che, abbiamo vissuto in determinati momenti della nostra esistenza, hanno il potere di ricaricarci di spirito buono nel presente. Possiamo anche imparare a rivivere i nostri ricordi piacevoli e così trarre beneficio dagli effetti positivi che ci può fornire un ricordo di una situazione che ci ha soddisfatti, emozionati e motivati.

Quindi, tanto più ci concentriamo sulle cose belle che ci sono successe nella vita, più ricarichiamo le nostre batterie di energia positiva. Si può quindi concludere dicendo che, nonostante sia vero che non possiamo vivere di ricordi, i ricordi ci aiutano a vivere.

 

Caterina Palmeri

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Una parola che utilizziamo quasi tutti i giorni ma in realtà solo pochi sanno darle un significato appropriato è la parola memoria. La memoria in realtà è un concetto più ampio che va al di là di una semplice definizione. Infatti molteplici sono i significati che le vengono assegnati ma solo pochi possono essere considerati più o meno giusti. La memoria è la capacità dell’individuo di conservare tracce della propria esperienza passata e di servirsene per entrare in rapporto con la realtà presente e futura. La memoria è una complessa funzione della nostra mente, grazie alla quale conserviamo informazioni e impressioni, localizzandole esattamente nello spazio e nel tempo, per renderle disponibili alla coscienza attraverso il ricordo. Memorizzare è una funzione dei neuroni che ci consentono un’acquisizione più o meno stabile di tutto ciò che apprendiamo e di possedere la storia della nostra vita, con tutte le emozioni che la accompagnano. In maniera simile possiamo parlare di memoria storica. Essa è un diario che racconta i fatti più significativi delle vicende umane: la storia infatti rappresenta la memoria vivente del mondo intero. Non c’è futuro senza memoria. La memoria storica è testimonianza del passato ma consiste nell’organizzare il passato in funzione del presente. In effetti tutto ciò che oggi noi siamo ha le sue radici nel passato, e dimenticare queste radici è come condurre una vita priva di riferimenti poiché rileggiamo il passato in funzione del presente.Difatti si può dire che la memoria pura e semplice è una memoria morta se non provoca un azione attiva che possa far diventare la memoria viva e indelebile. Inoltre ricordare per qualcuno, come nel caso della Shoah è un dovere morale che basato sulla consapevolezza storica, ricerca le radici di avvenimenti pieni di orrore e di ingiustizia. L’Olocausto non è solo il racconto dello sterminio di massa, ma può essere soprattutto un ricordo che ci conduce a comprendere l’animo umano e le modalità con le quali l’uomo ha affrontato le situazioni e le difficoltà in quei terribili anni.

Negli ultimi anni coloro che riuscirono a sopravvivere alla Shoah hanno ormai più di 80 anni, per questo è importante ricordare lo sterminio di milioni di ebrei ad opera dei nazisti che avvenne nel cuore d’Europa. Questo fenomeno meglio conosciuto come Olocausto  è una corrente che ha cercato di accreditarsi come storica ma che è, solitamente, mossa da motivi politici. Non si limita, di fatto,a reinterpretare determinati fatti della storia in modo contrario da quello accettato dagli storici,ma si spinge fino a negare l realtà storica di alcune vicende. Fin dalla fine della Seconda guerra mondiale, c‘è stato chi ha rifiutato il fatto accertato che lo stato tedesco abbia perseguito una politica di sterminio nei confronti degli ebrei mediante l’utilizzo di camere a gas. Solitamente non negano che ci siano state violenze o uccisioni, ma le motivano come pratiche di guerra invece che come odio raziale; inoltre sostengono che la cifra complessiva degli ebrei sterminati è stata un’enorme esagerazione e che nei campi europei controllati dai tedeschi non vi fu mai nessuna camera a gas, ma ad esempio camere per la pulizia e la disinfestazione dei vestiti, progettate per prevenire la diffusione di malattie tra i prigionieri. Ritengono infine che la ricostruzione storica condivisa sull’Olocausto sia il frutto della propaganda dei governi alleati per giustificare la guerra. Ma il passato fu reinterpretato in maniera così forte da alcune persone, azione che oggi con la rivoluzione del web trova molte persone più dei decenni passati pronti a crederci. Per questo ai giorni d’oggi il 27 gennaio si celebra la giornata della “memoria” per ricordare questi avvenimenti e per festeggiare la liberazione dal campo di concentramento di Aushwitz. Evento che serve per ricordare i milioni di vittime dell’Olocausto rinchiuse e uccise nei campi di sterminio nazisti durante la Seconda Guerra mondiale.

 

Carolina Cernicchi

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Senza il nostro vissuto saremmo sempre noi?
Sicuramente la nostra memoria influenza il nostro modo di essere; l’insieme dei nostri vissuti vanno in parte a costruire il nostro modo di pensare, di percepire e interpretare la realtà e ci guida nella scelta dei gesti da compiere quotidianamente, anche se non ne abbiamo sempre la consapevolezza. Il rapporto tuttavia non è di tipo causale. Ciò che siamo dipende anche da una componente genetica, comportamentale, educativa, sociale, culturale. Il “vissuto” è strettamente legato alla “memoria dei sentimenti”. “Il vissuto si lega ai fatti, ma allo stesso tempo li interpreta e fa loro assumere un particolare significato. La memoria dei sentimenti dà al mondo una colorazione soggettiva ed è a fondamento della storia personale, della traccia che rende possibile individuare un filo che tiene unito il tempo vissuto, e quindi anche la narrazione che ciascuno di noi può fare di se stesso”. (Vittorino Andreoli, I principi della nuova psichiatria, Rizzoli, Milano 2017, pp.63-64).

I vissuti derivano dal modo in cui la persona interpreta gli eventi, le relazioni interpersonali e il rapporto con l’ambiente; dipendono dalla “colorazione affettiva” e dalle tonalità che il soggetto utilizza nella fase di memorizzazione e di recupero dell’accaduto. Il soggetto può autoconvincersi che un certo non-evento sia realmente accaduto. Un esempio noto può essere quello del sogno. Mentre sogniamo si attivano le sensazioni legate ad una determinata emozione che nel sogno viene richiamata. Può accadere qualcosa di simile nella vita “cosciente”, con i falsi ricordi. Gli eventi e le esperienze memorizzate vengono ricordate con sensazioni sempre diverse e ogni volta possono cambiare poiché il soggetto può aggiungere, modificare o addirittura eliminare dettagli sotto l’influenza dalla percezione, delle emozioni e delle sensazioni. I falsi ricordi consistono nel fatto che le persone ricordano in modo chiaro e distinto eventi che però non hanno mai vissuto, senza che ne abbiano consapevolezza. Oppure possono derivare da ricordi di eventi realmente accaduti che tuttavia sono stati alterati o ancora, possono risultare dall’insieme di frammenti di ricordi non organizzati. A volte per il soggetto i “falsi ricordi” hanno la stessa importanza dei “veri ricordi” e condizionarne in modo significativo il comportamento.

Questo spiega anche l’interesse della psichiatria nei confronti del “vissuto”. Sono stati fatti diversi esperimenti dai quali emerge come anche frasi formulate in una certa maniera possono far sì che il soggetto ricordi cose mai accadute. La memoria può dunque ingannarci ma, allo stesso tempo, in parte ci forma e ci fa essere ciò che siamo.

Angela Attanasio

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La memoria è una delle più importanti funzioni mentali, che consiste in un processo attivo di elaborazione e conservazione delle informazioni. Esistono tre depositi della memoria, tra loro collegati: la memoria sensoriale, con cui tratteniamo per pochi istanti le informazioni fornite dagli organi di senso; la memoria a breve termine, dove per breve tempo depositiamo informazioni utili in un certo momento, ma che poi possono essere dimenticate; la memoria a lungo termine, dove, grazie al processo di reiterazione, si depositano tutte le informazioni e le conoscenze che durano nel tempo, proprio perché utili a lungo. Vi sono poi vari tipi di memoria: quella procedurale, che conserva le informazioni relative alla abilità con cui si agisci (per esempio andare in bicicletta); quella dichiarativa, relativa a conoscenze e ricordi di cui possiamo dare una descrizione verbale; quella episodica, che ha per oggetto fatti o eventi che ci riguardano personalmente, e spesso ci toccano emotivamente; quella semantica, grazie alla quale ricordiamo il significato delle parole, i concetti, le formule ecc. Bisogna precisare che i dati possono essere memorizzati in modo consapevole (memoria esplicita) o inconsapevole (memoria implicita, che si applica a molti casi della memoria procedurale). La memoria funziona mediante la selezione degli elementi dei dati e delle esperienze che per il soggetto risultano più importanti; di questi egli solitamente trattiene gli aspetti più generali (astrazione), che vengono poi sviluppati e collegati con l’insieme delle informazioni possedute (interpretazione e integrazione). La perdita di dati o di ricordi è detta oblio. Non si tratta, come nel caso dell’amnesia, di una condizione patologica, ma di un fenomeno fisiologico: data la difficoltà nel gestire l’immensa quantità di dati che ci presentano, è naturale che le informazioni inutili o meno importanti siano eliminate.
Tra le teorie che spiegano il meccanismo dell’oblio vi sono quella della rimozione di S.Freud, che lo concepisce come un meccanismo di difesa dell’Io, e quella delle interferenze. E’ stato inoltre individuato anche un particolare fenomeno che riguarda la memoria, ossia la distorsione del ricordo. Per evitare la perdita di ricordi, si può allenare la mente, impiegando strategie di vario tipo, e organizzando i dati mediante associazioni categorie o schemi.

Alessandra Averardi

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“Memoria”: una parola che se cercata nei dizionari fornisce vari significati, inerenti ai più svariati campi come ad esempio la memoria di un computer o di un telefono cellulare o più comunemente quella serie di ricordi, di cose e di pensieri che ci sono rimasti impressi nella mente. Tra questi pensieri e ricordi se ne può facilmente individuare uno che, in teoria, dovrebbe accomunare tutte le persone del mondo; è chiaro che si sta trattando di un qualcosa che va oltre al semplice ricordo ma si tratta invece di un fatto che ha segnato e segnerà per sempre l’umanità, un qualcosa che ha senza alcun dubbio lasciato un segno indelebile sulla Storia: l’Olocausto ovvero la strage della popolazione ebraica le cui vittime si aggirano intorno i 5-6 milioni in Europa, di cui 7500 in Italia.

Ogni anno, nelle scuole di tutto il mondo, il 27 gennaio gli insegnati raccontano e fanno riflettere i loro alunni su questo evento che rappresenta una delle pagine più raccapriccianti della storia dell’umanità; questo ovviamente avviene anche in Italia, qui però, nel nostro paese, ci si sofferma anche su un altro “fatto”; relativo al periodo immediatamente successivo alla Seconda Guerra Mondiale che coinvolge da molto vicino i nostri connazionali che hanno vissuto sulla loro pelle i cosiddetti “massacri delle foibe”.

La popolazione della Venezia Giulia e della Dalmazia, infatti, tra il 1943 e il 1945 subì il massacro da parte dei partigiani jugoslavi che, in qualche caso, gettavano le vittime in inghiottitoi carsici, detti appunto foibe, consegnandoli ad una morte lunga ed atroce.Per estensione si indica con “foibe” le varie uccisioni, di diversa tipologia, che in un numero imprecisato e non condiviso tra gli storici di diversi Paesi, si aggirano da poche migliaia a 20.000 morti. Alla persecuzione si aggiunse l’esodo giuliano dalmata in cui la popolazione delle regioni già citate fu costretta a fuggire, il numero dei fuggiaschi si aggira intorno ai 250.000 – 300.000. Per ricordare questi eventi che fanno parte integrante della storia del nostro popolo e della nostra nazione, dal 2004, è stata istituita la Giornata del ricordo, commemorata ogni 10 febbraio. Si tratta quindi di eventi che hanno segnato e segneranno per sempre una parte fondamentale della “nostra” storia e che per questo non devono essere lasciati per alcun motivo nel dimenticatoio. Eventi che hanno segnato le generazioni passate, che segnano quelle presenti e che segneranno quelle future, perché come già detto si tratta di fatti che non si possono non ricordare e spetta proprio alle generazioni di oggi e a quelle che verranno raccontare tutto questo ai posteri per far si che la morte di queste persone che sono andate in contro ad una fine terribile ed atroce non sia vana.

Fondamentale è dunque RICORDARE per non DIMENTICARE

 

Alessandro Castellani

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La memoria può essere definita come la capacità di immagazzinare, conservare e recuperare informazioni. La capacità di memorizzare e ritenere informazioni è alla base di ogni attività umana. Quest’ultima è quindi quella funzione psichica o mentale volta all’assimilazione, alla ritenzione e al richiamo, sotto forma di ricordo, di informazioni apprese durante l’esperienza o per via sensoriale. Le più recenti ricerche hanno stabilito che le informazioni vengono immagazzinate in tre depositi differenti da cui vengono richiamate. La memoria sensitiva trattiene per pochi attimi le informazioni che provengono dagli organi di senso, scartandone il 75%. Del rimanente 25% solo meno dell’ 1% viene selezionato nell’area del linguaggio e immagazzinato nella memoria primaria, (memoria a breve termine) e infine la memoria a lungo termine.Ci sono due meccanismi di immagazzinamento delle informazioni, uno per la memoria a breve termine e uno per la memoria a lungo termine. Nelle memoria temporanea si verifica un rapido deterioramento delle informazioni, mentre la memoria a lungo termine conserva le informazioni in modo sostanzialmente stabile.

L’informazione, se non è oggetto di attenzione, comincia subito a cancellarsi anche se, con l’aiuto di una costante ripetizione, può essere restaurata. La capacità della memoria a breve termine è quindi limitata: se un’informazione non viene ripetuta con sufficiente frequenza, scompare. Tutti i dei dati presenti nella memoria a breve termine vengono chiamati cuscinetto di ripetizione . L’informazione viene conservata nel cuscinetto finché non è trasferita nella memoria a lungo termine o finché non è rimpiazzata da una nuova. La memoria a lungo termine si considera essere virtualmente illimitata, ma la riattivazione di un’informazione può essere impedita dall’incompletezza delle associazioni necessarie alla sua identificazione. La rievocazione immediata di un’informazione può mancare perché non è stata trasmessa alla memoria a lungo termine oppure perché non ci sono sufficienti legami per metterli a fuoco. Questa viene definita teoria dell’oblio e spiega anche perché alcuni ricordi appaiono rimossi: “tali ricordi sono inaccessibili perché la loro presenza sarebbe inaccettabile per il soggetto a causa dell’ansia o dei sentimenti di colpa che potrebbero attivare” . Non sono perciò scomparsi, ma il subconscio evita che le associazioni necessarie si formino. Gli individui colpiti da amnesia non dimenticano tutto, solo degli elementi personali. Ciò avviene spesso per un trauma emotivo al quale l’amnesia permette di sfuggire. Spesso poi parte di tali ricordi riaffiora quando vengono evocati dalle giuste associazioni.
L’opposto della memoria è considerata la corrente del negazionismo, che è una forma estrema di revisionismo storico che reinterpreta circoscritti avvenimenti storici, specialmente quelli riguardanti il fascismo e il nazismo, negandone l’esistenza o mettendone in dubbio la veridicità.

Questo movimento di pensiero nasce intorno agli anni cinquanta, quando per la prima volta compaiono argomentazioni che contestano la responsabilità tedesca nella seconda guerra mondiale, sostenendo che i nazisti avevano semplicemente risposto alla minaccia ebrea. Due tra i maggiori esponenti del negazionismo sono David Irving, dell’Insitute for Historical Review, e Robert Faurisson, dell’Università di Lione. Spesso i negazionisti non accettano tale etichetta e in alcuni casi accusano la storiografia che essi stessi negano: così ad esempio chi nega l’Olocausto cerca di essere accreditato come revisionista. Infine nel 2012 il negazionismo è stata sottoscritta in un’iniziativa legislativa da 97 senatori appartenenti a tutti i principali partiti politici. Esso è tuttora considerato reato di fronte alla legge, infatti può comportare “la reclusione fino a 3 anni per chiunque, con comportamenti idonei a turbare l’ordine pubblico o che costituiscano minaccia, offesa o ingiuria, fa apologia dei crimini di genocidio, dei crimini contro l’umanità e dei crimini di guerra, come definiti dagli articoli 6, 7 e 8 dello Statuto della Corte penale internazionale, ovvero nega la realtà, la dimensione o il carattere genocida degli stessi”.

 

Christian Albertin

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Il mondo di oggi va a due ritmi. C’è sempre stata la disparità sociale e in questo sistema c’è la possibilità per tutti di dar vita ad un’attività o di trovare un lavoro dignitoso. Purtroppo questa disparità sociale sta aumentando notevolmente e genera disuguaglianze non solo sociali, ma anche economiche. L’Oxfam è una confederazione internazionale di organizzazione no-profit che si dedica alla risoluzione della povertà globale, attraverso aiuti umanitari e progetti. Questa organizzazione punta soprattutto nell’aiutare le persone fornendo loro sostegno e risorse adeguate, al fine di migliorare le condizioni di vita dei più bisognosi. L’Oxfam interviene sui fronti di maggiore emergenza, portando acqua potabile, rifugi alle popolazioni vittime di conflitti o di disastri naturali. I dati del rapporto Oxfam rivelano che l’1% più ricco della popolazione continua ad incrementare le proprie ricchezze, quindi questo significa che i ricchi saranno sempre più ricchi, mentre il resto della popolazione sempre più povera. Per poter fermare questa tendenza, bisogna intervenire sui processi come quelli del mercato, cioè fare in modo che persone che hanno abilità e capacità simili, non guadagnino redditi enormemente differenti. Questo è un compito molto serio e difficile, ma è uno dei modi per poter attenuare il grande divario tra i ricchi e poveri, che oggi addirittura tende ad aumentare.

 

Denise Arra M’bo

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Benessere e prosperità non sono distribuiti in modo equo. Ci sono delle Nazioni che godono di una certa ricchezza, mentre altri Paesi sono poco sviluppati e la loro condizione economica risulta catastrofica. Circa 24.000 persone muoiono per malnutrizione ogni giorno, specialmente nei Paesi meno sviluppati. Uno dei problemi più gravi è quindi la fame nel mondo, una delle cause, un’eccessiva produzione di prodotti poco diversificati, la deforestazione e la dipendenza dai Paesi ricchi. I Paesi più poveri sono spesso ricchi di materie prime che, purtroppo, essi non sono in grado di sfruttare pienamente, a causa delle continue interferenze del cosiddetto Nord del mondo. Sono diversi i modi in cui le persone più fragili vengono sfruttate da quelle economicamente e culturalmente più potenti. È accaduto che i ricchi abbiano acquistato organi e schiavi al mercato nero, così da poter usufruire addirittura della “merce umana”, ovvero di una vera e propria tratta umana (trapianti, attività sessuali, lavori in nero).

Anche la globalizzazione, pur avendo i suoi pregi, ha però grandi difetti. Il lavoro a mano che viene prodotto la maggior parte delle volte dai Paesi più poveri è pagato troppo poco, e viene acquistato dai Paesi più ricchi, per poi essere venduto a un prezzo triplicato rispetto a quello pagato in origine. I lavoratori vivono una situazione difficile economicamente e perciò si accontentano di quel poco guadagno che ricevono, nonostante la mole di lavoro sia enorme. Questa è una forma di sfruttamento nei confronti dei lavoratori, che sono sottopagati. Si potrebbe pensare ad un adeguamento degli stipendi.

Le persone economicamente potenti sono spesso, al contrario di quelle povere, capaci di eludere la legge, riuscendo a corrompere altri esponenti della società; questo è il motivo per cui spesso una parte marcia delle Forze dell’ordine preferisce non sporgere denuncia, spaventata dal potere dei soldi.

Evitare che accadano situazioni del genere non è mai facile, non è possibile controllare la moralità delle persone, ma lo è fornire un’educazione al rispetto della dignità umana e non è impensabile lasciare un po’ di autonomia ai Paesi più disagiati, così che possano trovare da soli un modo per sopravvivere.

Gessica Polidori

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